Il libro ‘La strana coppia’ recensito su Recensioni Filosofiche

In una recensione del libro in oggetto, comparsa nell’ottobre 2014 su La Stampa, il giornalista Claudio Gallo mette in guardia chi voglia avventurarsi nel viaggio proposto da Piergiorgio Strata, volto a ripercorrere in un soffio secoli di infuocati e vivaci dibattiti sul rapporto tra la mente ed il cervello, “la strana coppia” che fa la propria comparsa già nel titolo dell’agile volumetto. Gallo ci ammonisce circa il fatto che, se procederemo nella lettura, il mondo ci apparirà inevitabilmente diverso, per nulla rassicurante.

Il tema che produce l’incrinatura e favorisce lo sgretolamento di quelle che fino a tempi recenti si configuravano come granitiche certezze è, senza ombra di dubbio, quello del libero arbitrio. Un libero arbitrio che, forse, non c’è. Un libero arbitrio che, forse, dev’essere ripensato.
Nella sua vivace ed acuta critica, Gallo sembra liquidare le tesi di Strata – secondo il quale il libero arbitrio non esiste – con un’osservazione all’apparenza forse innocua, colloquiale, ma a ben vedere decisamente perentoria, quasi una condanna senza appello: «Ma nel mondo misurabile, l’unico di cui siamo apparentemente capaci di parlare con un fondamento scientifico, [quella che il libero arbitrio non esista] è un’affermazione che vale quanto una favola» (C. Gallo,Aiuto, il mio cervello decide al posto mio, “La Stampa”, 9 ottobre 2014).
Certo, probabilmente non si può pretendere da una breve recensione apparsa su un quotidiano un approfondimento teorico più solido, e tuttavia queste considerazioni, forse un po’ semplicistiche e semplificanti, corrono il rischio di lasciarci smarriti tanto quanto l’itinerario proposto da Strata. Se, infatti, un neuroscienziato (non un filosofo appassionato di complesse teorie senza – talvolta – immediate o evidenti implicazioni pratiche) decide di scrivere un volume volto a favorire una cittadinanza più consapevole, responsabile, curiosa e critica ed espone una tesi così forte, può venire quantomeno il ragionevole dubbio che non si tratti di semplici favole. Del resto, questa nostra osservazione sembra confermata dall’approfondimento che Strata conduce in relazione al sistema giudiziario. I piani di interesse, qui, sono senz’altro molteplici. Certo, è affascinante e inquietante al tempo stesso pensare al fatto che la macchina cerebrale sia prioritaria rispetto alla coscienza; che, cioè, noi – in fin dei conti – ci illudiamo di decidere.
Se accettassimo questa tesi, infatti, sul piano filosofico probabilmente cadrebbero secoli di elaborazioni sul libero arbitrio, con buona pace di Kant, Rawls e del pensiero liberale in primis. Ma in parte cadrebbe, ci sembra, anche la critica postmoderna, perché per Strata il punto centrale non è quello di ammettere che ci sono forze che, in base all’insegnamento foucaultiano, creano i soggetti (e, quindi, che  i vari contesti nei quali siamo immersi in realtà finiscano con il determinare le nostre scelte); piuttosto, si tratta di aprire le porte al ritorno della biologia (tanto avversata dal pensiero postmoderno), “prendendo sul serio” una mente che preesiste rispetto alla coscienza e, anzi, si pone ed in un certo qual senso siimpone alla coscienza stessa. Del resto, se non può esistere una coscienza senza un cervello, può ben accadere il contrario, che, cioè, un cervello esista anche senza una coscienza (p. 93). E, quindi, che per tale via il cervello si affranchi da ogni pretesa ancillarità nei confronti di una coscienza che, lungi dall’essere padrona incontrastata del mondo e delle passioni, si rivela nella sua fragilità.
Nell’affrontare la delicata e per nulla risolta tensione dialettica tra mente e coscienza, occorre tuttavia essere cauti, per evitare di ricadere di nuovo nel determinismo scientifico e, perché no, nell’essenzialismo. Sembra che i filosofi, oggi, non possano far altro che raccogliere le ineludibili sfide poste dal progresso scientifico in tale campo, nel tentativo di resistere ai facili ed opposti riduzionismi, in favore di una (possibile?) via mediana, in grado di individuare adeguatamente e affrontare in un modo – se non risolutorio – per lo meno plausibile, il tema del libero arbitrio. Tema, quest’ultimo, che senz’altro ancora li appassiona e non smette di essere teatro di accesi dibattiti, anche se in termini sensibilmente rinnovati rispetto a quanto accaduto in passato. Dibattiti che, vale la pena ribadirlo, non possono dirsi affatto esauriti.
Insomma, le tesi di Strata rimangono affascinanti, forse proprio perché aprono quella porta su un mondo di inquietudine che Gallo vorrebbe probabilmente non aver mai aperto e che, invece, diviene sempre più ineludibile mantenere spalancata.
Con una serie di passaggi serrati, infatti, Strata ci instilla acutamente molti dubbi sull’esistenza del libero arbitrio, o almeno della concezione che tradizionalmente ne abbiamo. In breve, egli sostiene che quando dobbiamo prendere una decisione il cervello risponda a stimoli ambientali o interni, mentre la coscienza interverrebbe solo in un secondo momento “a cose già fatte”, potremmo dire.
Affermazione controintuitiva, è vero; tuttavia, questa affermazione può non solo sembrare suggestiva, ma aiutarci anche a spiegare alcuni casi di cronaca difficilmente intelligibili.
La penna di Strata corre al caso di Jeffrey Lionel Dahmer, il Cannibale di Milwaukee, colpevole di efferati omicidi e che, quasi si fosse dissociato da se stesso, durante il processo aveva affermato di essere dispiaciuto per ciò che aveva commesso, e di non odiare nessuno (pp. 95-96). Come è possibile spiegare razionalmente tali affermazioni? È possibile farlo? Simili comportamenti possono essere interpretati esclusivamente attraverso il ricorso ad un qualche senso di “volontà di”?
È in tale sede che la tesi di Strata si fa suggestiva, e suggerisce l’opportunità (o, forse, l’ineludibilità) di un approfondimento: a proposito di Dahmer, infatti, il neuroscienziato osserva le assonanze con Phineas Gage ed Elliot (pp. 62-66), che razionalmente sapevano quali fossero le buone regole di comportamento, e tuttavia non riuscivano ad agire conformemente ad esse a causa di una grave insufficienza nei lobi frontali, che la neurofisiologia ha scoperto essere la sede in cui viene regolato il comportamento umano. Forse, ipotizza Strata, anche Dahmer presentava tale grave deficienza (p. 96).
È senz’altro evidente il rilievo di queste considerazioni non solo sul piano filosofico, ma anche  su quello strettamente giuridico: quale rilievo può avere l’elemento volitivo dei reati, se la nostra volontà non è così libera come si credeva? La configurazione del sistema giudiziario va ripensata? Come? I rischi di una simile conquista del sapere (se la si vuole considerare tale) sono maggiori rispetto ai benefici in termini di consapevolezza che se ne traggono?
Giovanni Reale, nel rammentare come la scienza sia fallibile, mette in guardia proprio circa i possibili effetti perversi della proposta di Strata in ambito giudiziario, ricordando il caso dell’avvocato tedesco che, difendendo il proprio cliente, sosteneva la tesi che l’imputato – sardo – non fosse responsabile degli atti violenti compiuti, in quanto un certo tipo di aggressività era rinvenibile nel dna sardo (M. Serri, La filosofia non ci sta  “La libertà umana  è un dato di fatto”  . Giovanni Reale e Giacomo Marramao replicano al neurofisiologo Strata che nega il libero arbitrio, “La Stampa”, 11 ottobre 2014).
Questa linea difensiva, invero, fu accolta dall’organo giudicante, che ne tenne conto, ai fini della determinazione della pena, ricorrendo all’istituto della cultural defense; un’applicazione, questa, censurata da più parti in quanto, anziché muovere nel senso dell’individualizzazione della pena, andava piuttosto a recepire una serie di diffusi pregiudizi in relazione alle presunte e pretese caratteristiche delle persone di etnia sarda, traducendoli in chiave normativa (cfr., ex multis, B. Pastore, L. Lanza, Multiculturalismo e giurisdizione penale, Giappichelli, Torino 2008).
Gallo suggerisce una possibile via d’uscita all’impasse, scongiurando la paralisi delle nostre società e dei sistemi giudiziari attraverso l’introduzione di un “come se”: saremo giudicati “come se” fossimo liberi di scegliere.
Se è chiaro l’intento provocatorio di tali suggestioni, che sembrano rivelare una volta in più il profondo ed ingeneroso scetticismo con il quale l’opera di Strata è stata accolta da taluni, ci sentiamo tuttavia di aderire alla considerazione seguente (sempre proposta da Gallo): questi saranno i temi con i quali i giuristi sono chiamati a confrontarsi in un futuro molto prossimo. Ed è per questo motivo che, una volta aperta la porta, non si può rinunciare a percorrere il sentiero aperto da Strata.